Il pittore annegato nel Po

Si tratta di Giovanni Carnovali, detto "Il Piccio", annegato nel grande fiume nel 1873

Cremona – Pare fosse soprannominato “il Piccio”. Era un apprezzato artista lombardo, di nascita varesina, d’adozione bergamasca, di casa, per l’assidua frequentazione, fra le terre padane, come quella cremonese, e di elettiva residenza milanese, a cui la fortuna, come spesso accade, aveva maggiormente arriso, mediante un postumo riconoscimento verso l’arte da lui interpretata, dopo la sua dipartita.

Pittore, prossimo allo stile del romanticismo, distintosi, fra l’altro, per l’abile resa cromatica di tonalità “vaporose e morbide” presenti nelle sue opere figurative, oltre che dipingere, sembra che amasse immedesimarsi nelle vibranti dimensioni del Creato, anche attraverso chilometriche camminate e lunghe nuotate, grazie alle quali cercava di potere meglio sperimentare un contatto con quegli elementi della natura che, pure, nel sopravvissuto scibile della sua arte, paiono costituire importanti componenti effettive, in una suggestiva varietà espressiva che ne travalica le mere finalità descrittive.

A lui, artista conosciuto in Italia ed all’estero, è dedicato un diversificato monumento che, in un busto ed in una stele epigrafica, ha il proprio assortimento, in relazione allo spazio, all’aria aperta, di un isolato recesso, fra il verde a tutti fruibile in un libero accesso, dove il manufatto si situa, complessivamente, poco lontano da quel grande fiume entro cui l’epilogo della stessa esistenza di questo pittore si era tragicamente consumato.

A Cremona, l’insigne pittore Giovanni Carnovali (1804 – 1873), fecondo esponente dell’arte italiana dell’Ottocento, è ricordato nel parco della “Colonia Fluviale Roberto Farinacci”, con una verosimigliante scultura senescente ed un’aulica epigrafe, storicamente ispirate ai cento anni, allora decorsi (1973), dalla sua dipartita.

Il_Piccio_1872
Giovanni Carnovali “Il Piccio”

Tra i segni del tempo, stratificatisi sopra il solido segno perpendicolare di una sentita sollecitudine commemorativa, si legge: “(Il )Fluente mormorio del fiume che lo chiamò ai silenzi del verde fondo, asseconda in questo umbratile parco lo spirito di Giovanni Carnovali “il Piccio”, nobile estroso pittore cremonese per lunga elezione travolto dall’acqua del Pò un lontano mattino di Luglio per un’ansia antica rinnovantesi di pace e di silenzio fluviale. Il Comune di Cremona pone nell’anno centenario 1873 – 1973”.

Il fiume che sfila, nell’inesorabile naturalezza di un vigoroso moto perenne, anche a breve distanza dalla traccia inerte di questa memoria, rispettivamente confermatasi anche nel presente, non è, tuttavia, il medesimo che sposa, nello sguardo, il medesimo tratto in cui era avvenuta la menzionata fatalità del trapasso occorso al distinto personaggio, mentre sfidava, come sembra fosse suo solito, le acque dello stesso notevole corso d’acqua, nel nuoto praticato in quell’ultimo giorno vissuto tra le calde temperature estive che invocavano il ristoro di un bagno.

Come, fra l’altro, attestavano le cronache di stampa dell’epoca, pare che il tragico evento si sia territorialmente verificato più avanti, rispetto all’analogo ed attiguo corso irrompente nella fluida corrente cremonese, caratterizzando, di fatto, la sponda emiliana del parmense, per ciò che ad una località prossima a Casalmaggiore, era risultato attinente, secondo quanto capitato lungo la destra del fiume nel territorio di Coltaro, nei termini pure ricostruiti dal quotidiano “La Sentinella Bresciana”, il 21 luglio 1873, in riferimento al resoconto di un inequivocabile e macabro rinvenimento conseguente: “Grave sventura. Ci viene comunicata in questo momento la dolorosa notizia sulla quale purtroppo non si ponno elevare dei dubbi che il giorno 10 corrente nelle vicinanze di Coltaro a pochi chilometri da Casalmaggiore venne trovato sulla sponda destra del Pò un cadavere in istato di avanzata putrefazione e che fu riconosciuto essere il celebre pittore Giovanni Carnovali detto Il Piccio. Un amico del Carnovali scriveva, infatti, quattro o cinque giorni or sono a Bergamo che si era in grave pensiero per la scomparsa del grande artista il quale, fino dal sabato 5 corrente, era stato visto indirizzarsi alla volta del Pò dove era solito recarsi al nuoto, e da quel giorno non s’era avuta notizia di lui. (Pr. Di Bergamo)”.

Erano, quelli, i giorni dove le informazioni, di giorno in giorno, si ricorrevano attorno a tematiche similmente legate all’essenzialità del bene supremo della vita, anche per quanto risultava inerente una diffusa epidemia del colera e, su altro controverso versante, sul dibattuto e problematico costo del pane.

Come nei dipinti dell’artista, commemorato nel citato monumento cremonese, secondo l’acclarato pronunciamento di un locale e fattivo provvedimento, in mezzo a tanta combattuta realtà dell’epoca, stretta attorno al fuso di una languente matassa di veridica umanità, apparivano, sul crinale di quei trapassati frangenti, anche notizie di altro indugiante genere di evasiva amenità, rispetto alla cruda e spietata avversità, pure costata al pittore la via del non ritorno, in ordine all’incombere di una inappellabile fatalità.

Nasser-ed-Din Shah
Nasser-ed-Din Shah

A margine dell’accennata notizia di quanto gli fosse capitato, in quella stessa pagina del giornale citato, c’era pure quell’informazione che si esplicava in una succinta esposizione condivisa in un esplicito tenore: “Il ricevimento dello Scià a Torino. Lo Scià di Persia sarà a Torino il giorno 24 e il giorno 25. Tre dei ministri si recano presso al Re e sono il presidente del Consiglio, il ministro degli Affari Esteri e quello del Commercio. Lo Scià non si fermerà a Torino che ventiquatt’ore”.

Pare, invece, fosse stato assai poco il tempo dedicato anche alla città di Brescia, da parte dell’illustre referente di quella esotica parte del mondo, rappresentata nella sua più alta carica istituzionale corrispondente, una volta sbrigativamente incontrata, la “Leonessa d’Italia” dallo stesso regnante, in una tappa del tragitto ferroviario da lui compiuto, nella sua trasferta italiana, a riscontro della quale “La Santinella Bresciana” attestava, fra le notizie del 27 luglio 1873, a proposito del testualmente scritto, “Passaggio dello Shah”, che “Fino alle ore otto di iermattina il pubblico cominciava ad avviarsi alla stazione per il passaggio dello Scià; era alla stazione un battaglione di linea con la banda, v’era la banda civica. Vi convennero tutte le autorità civili e militari che formavano sotto la tettoia un numeroso gruppo reso brillante da una schiera di gentili signore che vollero vedere il figlio del Sole e dalla numerosa ufficialità in gran tenuta. La tettoia era imbandierata. Dopo le 10, il convoglio dello Scià giungeva alla stazione; il pubblico si scopriva e la milizia presentava le armi al Re dei Re che era vestito di una tunica nera con nero cappello e una fascia a tracollo di tre centimetri tempestata da diamanti. S.M. nei cinque minuti che il convoglio rimase fermo, sporse la testa dal vagone e volse il suo occhialino d’oro sulle persone venute ad ossequiarlo senza muover cenno, né parola. Solo domandò ad un ufficiale del suo seguito che gli si era accostato, quante miglia distava ancora Verona. Le bande suonavano l’inno persiano e la marcia reale. Il convoglio, quindi, ripartiva, e ciascuno se ne venne via commentando ciò che avea veduto o creduto di vedere”.

La ferrovia aveva, quindi, presto ripreso il suo corso quotidiano che avrebbe forse anche velocemente fatto dimenticare l’indifferenza dimostrata da un fugace ospite sovrano (rif. wikipedia), come il fiume Pò aveva, invece, certamente, seguitato, nel suo possente fluire, a ghermire quelle forme di vita che la natura gli affidava, quali vittime inermi di natatorie escursioni confliggenti, o protagoniste, nel loro ambiente, di un perenne ciclo di trasformazione del tutto, sotto l’egida imperiosa di un imprescindibile divenire.

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